| CESARE PASCARELLA LA SCOPERTA DE L'AMERICA pagina 6 |
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XXVI E quelli puntuali! Appena giorno, Che ce se cominciava appena a vede, Se n'agnedero, e come che sbarcorno Nun sapeveno dove mette er piede. Defatti, appena scenti se trovorno Davanti a 'na foresta da nun crede, Dove che malappena che c'entrorno, Che vòi vedé, percristo, lo stravede! Te basta a dì che lì in quella foresta, Capischi? Le piantine de cicoria Je 'rivaveno qui, sopra la testa. Eh, quelli, già, se sa, sò siti barberi: Ma tu, invece de ride, pïa la storia E poi tu viemme a dì si che sò l'arberi. |
XXVI E quelli, puntualmente, appena giorno, Quando si cominciava appena a vedere, Si avviarono, e appena furono sbarcati Non sapevano dove poggiare piede. Difatti, appena scesi si trovarono Davanti a una foresta da non credere, Dove, non appena entrativi, Videro cose incredibili! [1] Basti dire che lì in quella foresta, Capisci? Le piantine di cicoria Arrivavano loro fin qui sopra la testa. Eh, già, si sa, quelli son posti selvaggi: Ma tu, invece di ridere, prendi la storia [2] E guarda tu stesso che razza di alberi. [3] |
| [1] · Letteralmente "cosa vuoi vedere?", nel senso di "a vederlo lo crederesti?" o "avresti mai immaginato di vedere una cosa simile?", mentre "lo stravede" è "l'incredibile". [2] · Cioè il manuale di storia. (cfr. nota no.2 del sonetto IV). [2] · Letteralmente "...e poi vienimi a dire" (oppure "...e poi vienimi a raccontare"), esprimente un senso di sfida nei confronti di un interlocutore che non crede a quanto gli viene riferito. |
XXVII Ché lì l'arberi, amico, o callo o gelo, Be', quelli da li secoli passati, Da che Domineddio ce l'ha piantati Sò rimasti così, quest'è vangelo. E lì, cammini sempre in mezzo a un velo D'un ciafrujo de rami, intorcinati Co' l'antri rami, che te sò 'rivati Che le punte, perdio, sfonneno er cèlo. E l'erba? Sta intrecciata così stretta Che 'na persona, lì, si vò annà avanti, Bisogna che la rompe co' l'accetta. E poi che rompi? Si!... Ne rompi un metro; Ma all'urtimo bisogna che la pianti, Ché lì fai un passo avanti e cento addietro. |
XXVII Perché là gli alberi, amico, sia caldo o gelo, Beh, quelli dai secoli passati, Da quando Iddio ve li ha piantati, Son rimasti tali e quali, è sacrosanta verità. E si cammina sempre in mezzo a un velo Formato da un intrico di rami, aggrovigliati Con gli altri rami, tanto che sono arrivati Con le punte a forare il cielo. E l'erba? È intrecciata così stretta Che se una persona lì vuole avanzare, Bisogna che la rompa con l'accetta. E poi cosa rompi? Si!... Ne rompi un metro; Ma infine devi desistire, Perché lì fai un passo avanti e cento indietro. |
XXVIII Ma poi nun serve a dille tutte quante! La gran difficortà de quella sérva È che tu, framezzo a quelle piante, Tu 'gni passo che fai, trovi 'na berva. E li, capischi, ce ne trovi tante Come stassero drento a 'na riserva; E ce bazzica puro l'eliofante, Che sarebbe er Purcin de la Minerva. Eh, p'annà lì bisogna èssece pratico, Perché poi, quanno meno te l'aspetti, C'è er caso d'incontrà l'omo servatico. E quello è peggio assai de li leoni; E quello te se magna a cinichetti, Te se magna co' tutti li carzoni. |
XXVIII Ma poi non serve dirle tutte quante! La gran difficoltà di quella selva È che, in mezzo a quelle piante, Ogni passo che fai, trovi una belva. E lì, capisci, ve ne trovi tante Come stessero dentro una riserva; E vi si trova [1] anche l'elefante, Che è poi il Pulcino della Minerva. [2] Eh, per andar lì bisogna esser pratici, Perché poi, quando meno te l'aspetti, C'è il rischio d'incontrare l'uomo selvatico. E quello è assai peggio dei leoni; Quello ti si mangia a pezzettini, Ti si mangia con tutti i pantaloni. |
| [1] · L'espressione "bazzicare" corrisponde a "frequentare". [2] · Il Pulcino della Minerva è una statua raffigurante un piccolo elefante che sostiene un obelisco, in piazza della Minerva, a Roma. (Per maggiori dettagli, vedi il Pulcino della Minerva). |
XXIX - E quelli? - Quelli? Je successe questa: Che mentre, lì, framezzo ar villutello Cusì arto, p'entrà ne la foresta Rompeveno li rami cor cortello, Veddero un fregno buffo, co' la testa Dipinta come fosse un giocarello, Vestito mezzo ignudo, co' 'na cresta Tutta formata de penne d'ucello. Se fermorno. Se fecero coraggio... - A quell'omo! je fecero, chi séte? - E, fece, chi ho da esse? Sò un servaggio. E voi antri quaggiù chi ve ce manna? - Ah, je fecero, voi lo saperete Quando vedremo er re che ve commanna. |
XXIX - E quelli? - Quelli? Capitò loro questo: Mentre lì in mezzo al muschio Alto così, per entrare nella foresta Rompevano i rami col coltello, Videro un buffo essere [1] , con la testa Dipinta come fosse un giocattolo, Vestito mezzo nudo [2] , con una cresta Tutta formata da penne d'uccello. Si fermarono. Si fecero coraggio.... - Ehi voi! [3] gli dissero, chi siete? Rispose - Chi dovrei essere? Sono un selvaggio. [4] E voi altri chi vi manda quaggiù? - Ah, gli dissero, lo saprete Quando vedremo il re che vi governa. |
| [1] · A Roma, un "fregno buffo" è qualsiasi oggetto di aspetto strano, piccolo e curioso, senza un nome. Per traslato, viene usato anche per indicare persone. [2] · Brillante ossimoro, quasi l'essere mezzo nudo del selvaggio fosse un suo capo di vestiario. [3] · "A quell'omo..." è come chiamare uno sconosciuto "Ehi, voi come-vi-chiamate..." [4] · Questo è uno dei versi più famosi del poema. Quasi fosse il personaggio di un fumetto, l'indigeno risponde agli esploratori: "Sono un selvaggio, chi altri vi sareste aspettati di trovare nel mezzo di una foresta?" |
XXX E quello, allora, je fece er piacere De portalli dar re, ch'era un surtano, Vestito tutto d'oro: co' 'n cimiere De penne che pareva un musurmano. E quelli allora, co' bone maniere, Dice: - Sa? Noi venimo da lontano, Per cui, dice, voressimo sapere Si lei siete o nun siete americano. - Che dite? fece lui, de dove semo? Semo de qui, ma come sò chiamati 'Sti posti, fece, noi nu' lo sapemo. - Ma vedi si in che modo procedeveno! Te basta a dì che lì c'ereno nati Ne l'America, e manco lo sapeveno. |
XXX E costui, allora, fece loro il piacere Di condurli dal re, il quale era un sultano, Tutto vestito d'oro: con un cimiero Di penne da sembrare un musulmano. [1] E quelli, allora, con buone maniere, Dissero: - Sa? Noi veniamo da lontano, Per cui vorremmo sapere Se voi siete o non siete americano. - Cosa dite? egli disse, di dove siamo? Siamo di qui, ma come son chiamati Questi luoghi noi non lo sappiamo. - Ma tu guarda in che modo vivevano! Basti dire che erano nati là In America, e nemmeno lo sapevano. |
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[1] · Fino alla fine del XIX secolo, Roma non ebbe mai veri contatti con altre civiltà non occidentali, se non con quella turca: qualsiasi persona vestita in modo curioso o desueto sarebbe dunque stata paragonata ad un turco. |